Dis-fare e ritessere parole - Intervista a Elisabetta Zamarchi
Dis-fare e ritessere parole
Intervista a Elisabetta Zamarchi
a cura di Camilla Ugolini Mecca
In un
tempo in cui il linguaggio comune ha perso la sua forza di verità e ha smesso
di essere un luogo sacro da abitare, dove concetti prima solidi si sono
svuotati a favore di un utilizzo linguistico troppo spesso autoreferenziale,
una riflessione sulle parole e su come viverle è oggi di estrema importanza.
Sono
felicissima di averne dialogato con Elisabetta Zamarchi, filosofa, consulente
filosofico e scrittrice.
Il tuo
ultimo libro “Dis-fare le parole – Viaggio nel linguaggio del terzo Millennio”
(PSB Edizioni) ha come centro una potente riflessione sul linguaggio e sui suoi
cambiamenti nel corso del XXI secolo, cambiamenti in gran parte dovuti alle
tecnologie. Uno dei temi che porti è quello del “senso comune”, inteso
sia come risorsa che come vincolo. Puoi parlarci di questa doppia dimensione
del “senso comune” dal tuo punto di vista di filosofa e di counselor
filosofico?
Il senso
comune è una risorsa indispensabile al vivere quotidiano perché è quella
implicita concezione della realtà che ci unisce al resto della società:
solitamente, indica a ognuno quali siano i comportamenti legittimi da compiere
in date situazioni e suggerisce le risoluzioni basilari ai problemi più
ordinari, quelle che tutti sceglierebbero. Il senso comune è quindi
quell’insieme di certezze che ogni singolo e ogni singola raggiunge nel tempo
della sua vita, certezze che si possono definire “giudizi di esistenza” o
“conoscenza primaria del concreto”. Oggi, grazie alle tecnologie
dell’informazione che ci consentono di vivere in ambienti paralleli e ci
mettono nella condizione di confrontarci con saperi complessi prodotti da
macchine, questa “conoscenza primaria del concreto” è divenuta un sapere polimorfo.
Un sapere che è stato contagiato, in vari modi e soprattutto tramite la rete,
dai saperi specialistici.
Ẻ quindi una risorsa ma, di fatto, in quanto
sfondo di presupposti non fondati o non fondabili, il senso comune è anche un
vincolo. Un vincolo, perché connette a una tradizione più o meno consolidata
che fornisce una classificazione cognitiva della realtà.
Mi
sembra che l’atto del dis-fare le parole nella tua riflessione abbia un valore
non soltanto teoretico, ma anche morale….
Penso
che mostrare come le esistenze possano essere interpretate con parole altre,
parole che creino faglie e nuove aperture di senso rispetto alle categorie con
le quali solitamente ci si legge, sia uno tra i modi con cui la filosofia può
entrare umilmente nelle vite di tutte e tutti.
Le parole della filosofia non sono troppo banali o scontate; quindi, non
fanno perdere la varietà dei fenomeni, perché “fare filosofia rielaborando le
sue grandi parole […] ci abitua a pensare filosoficamente tutte le parole, a ponderarle. […] Ripensare le parole
[…] è un modo d’equipaggiarsi per non sporgersi sul futuro disarmati”, scrive
Salvatore Natoli.
E ancor
sempre Salvatore Natoli ci dice: “La filosofia riprende il proprio tempo nel
pensiero. I temi sono suscitati dai processi reali. Non si è consapevoli dei
propri vissuti: il compito della filosofia è portare alla luce i vissuti, ciò
che non si sa della vita vivendo”. La filosofia è così presentata come il
momento in cui la vita prende coscienza di sé stessa, trascendendo la propria
immediatezza. È perciò una prospettiva che dona la capacità di vedere la vita
in modo più ampio, perché fa intravedere leggi, valori e scopi che non emergono
nel semplice vivere. In quanto ethos della vita condotta con lucidità, la
filosofia è pura disciplina. In questo senso il lavoro sulle parole non è
soltanto un’azione teoretica, ma ha anche valore morale.
Dis-fare
le parole e decostruire le certezze del senso comune, richiedono un processo di
attenzione, o meglio come scrivi “un radicamento nel presente in cui si vive”.
Mi sembra che il nostro tempo attuale rappresenti un immenso paradosso: da un
lato viviamo nell’istantaneità, in cui ogni cosa vale solo per l’istante in cui
viene prodotta - si pensi ad esempio ai contenuti dei social; dall’altro le
persone in genere sembrano vivere costantemente in fuga, proiettate nel dopo,
nel domani, in corsa verso un futuro che però non esiste e che è peraltro
sempre più incerto. Quali strumenti ci consentono, a tuo avviso, di praticare
attenzione e di radicarci nel presente?
Questa
contemporaneità è caratterizzata dai paradossi, ovvero da situazioni in cui
convivono contraddizioni non solubili. Alcuni esempi: la connessione globale,
soprattutto tramite i social, non tutela dalla solitudine; la tecnologia
semplifica la vita, ma induce ad andare sempre più in fretta, causando stress,
anziché benessere; sembra che vi sia una infinita possibilità di scegliere e
quindi una grande libertà individuale, ma le infinite possibilità causano ansia
e indecisione… etc. Il primo strumento per non essere schiacciati da tali
contraddizioni è quello di fare attenzione a ciò che si sente, imparare a
fermarsi e a riflettere su ciò che si fa e soprattutto su ciò che si prova
nell’attuare quel fare. Il secondo strumento è, a mio avviso, coltivare
relazioni reali e non solo on line, perché stare presso l’altro in carne e ossa
inchioda al presente. In generale direi: dare senso a ciò che si fa, scegliere
consapevolmente che cosa dire e come agire in determinate situazioni.
Sempre a
proposito del “senso comune”, nel tuo libro scrivi: “il common sense ha
registrato i cambiamenti dei ruoli dell’uomo e della donna nella famiglia e
nelle società, se non altro in quelle occidentali”. Come impatta il senso
comune nelle relazioni fra i sessi e nei ruoli stessi, ad esempio genitoriali? E
che ruolo ha giocato il senso comune nel recente dibattito sul patriarcato?
Il senso
comune registra a livello pratico, cioè dell’effettualità della vita, i
cambiamenti nei rapporti tra i sessi, ma purtroppo sul piano simbolico non mi
sembra che vi sia stata una grande evoluzione, nonostante le varie ondate di
femminismo del XX secolo. Nelle relazioni tra i sessi, anche soltanto tra i due
sessi biologici (tralascio volutamente di entrare nel merito della questione
dei generi non binari), l’alone del patriarcato continua a orientare i ruoli e
le aspettative, a dar forma al desiderio e anche la percezione di ciò che
appare naturale come maschile o femminile.
Passa cioè attraverso norme non tangibili, ma interiorizzate… non è più
un dominio diretto ma una grammatica invisibile che aleggia sulle relazioni.
Quindi
non si tratta più di una questione materiale, ma di ordine dei significati: chi
è importante e chi meno, chi è percepito come un soggetto a pieno titolo e chi
invece come altro
Il
dibattito sul patriarcato oggi è molto polarizzato: se il femminismo attuale
vede una persistenza del patriarcato, il senso comune non crede più a tale
residuo del passato ma continua a definire come normale la maggiore autorità
maschile o la prevalenza degli uomini nei ruoli più significativi del panorama
economico e culturale e vede l’attuale femminismo come una semplice
esagerazione ideologica.
Hai
insegnato filosofia per molti anni al liceo Classico “Maffei” di Verona. A tuo
avviso in relazione ai temi di cui sopra, come andrebbe insegnata oggi la
filosofia nelle scuole superiori?
Penso che l’insegnamento della filosofia oggi
dovrebbe tenere insieme tre dimensioni:
La conoscenza degli autori, i testi, i concetti e
il contesto storico; l'esercizio del pensiero: imparare a formulare domande,
argomentare, distinguere, interpretare e mettere in discussione le proprie
convinzioni, e infine l'esperienza vissuta, ovvero riconoscere i problemi
filosofici nelle situazioni concrete della vita individuale e collettiva.
Le tre dimensioni sono strettamente collegate,
perché la conoscenza degli autori e dei testi ha valenza solo se serve
all’esercizio del pensiero e a saper leggere l’esperienza vissuta. Non credo
che sia più il tempo di lezioni trasmissive, che si limitino a esporre ciò che
hanno sostenuto nel tempo i tanti filosofi e filosofe, bensì che il sapere
filosofico, proprio di ogni docente, debba essere messo al servizio
dell’indagine sui problemi del presente, sul modo in cui si impara a pensare e
su come si sono fondate le proprie credenze. La filosofia
può aiutare a riconoscere presupposti, pregiudizi e abitudini di pensiero. Non per
imporre una particolare visione della vita, ma per rendere gli studenti più
consapevoli del modo in cui interpretano il mondo. Il confronto tra prospettive
filosofiche diverse può così diventare parte di un apprendimento finalizzato a
educare all’ascolto e alla corretta comprensione delle posizioni altrui, a
dissentire ma senza attaccare l’interlocutore e a modificare un'opinione quando
emergono buone ragioni. In tal modo i problemi del presente possono diventare
occasioni per interrogare la filosofia e le sue categorie, senza con ciò
sostituire banalmente lo studio del pensiero nella storia con l’attualità
spicciola. In sintesi: l’apprendimento della filosofia è funzionale alla
trasformazione dello sguardo e all’apertura della propria visione del mondo,
per dirla con Karl Jaspers.
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Fenomenologa per formazione filosofica, Elisabetta Zamarchi vive ed opera a Verona come consulente filosofico. É docente di filosofia applicata a Milano al master di II livello dell’associazione Pragma per la formazione di filosofi pratici. Ha insegnato filosofia al liceo classico Scipione Maffei di Verona dal 1986 al 2008 e filosofia teoretica presso l’ateneo veronese come professore a contratto. Oltre a numerosi articoli su riviste filosofiche e una monografia su Jacques Lacan nell’enciclopedia Spazio Tre, ha pubblicato presso Apogeo nel 2009 “Sensibilità filosofica”; nel 2013 ha curato con Luca Nave e Pietro Pontremoli la pubblicazione del “Dizionario del counseling filosofico e delle pratiche filosofiche” (Mimesis Edizioni); nel marzo 2025 “Dis-fare le parole: viaggio nel linguaggio del terzo millennio per un ethos di filosofia pratica” (Pragma Society Books)
Contatti: zamarchielisabetta@gmail.com

