Monologo di Persefone di Camilla Ugolini Mecca
La mia storia è un lungo viaggio.
Un viaggio non
voluto, da principio. Due sole tappe, fino agli abissi e ritorno. E così
all’infinito.
L'antico nome
che portavo un tempo, lo ricordo appena. Ero Kore, la fanciulla intatta. La
purezza pura, per eccellenza.
E mi chiedevo,
allora, se sarei rimasta così in eterno, ignara del mondo. Protetta com'ero da
un persistente nutrimento.
Perché mia
madre è Demetra, la dea generatrice, materna per natura.
Il suo talento
è far crescere l'erba, far nascere fiori e frutti, in un movimento senza fine. E
come fossi stata un fiore raro, unico al mondo, aveva sempre nutrito anche me.
Mi aveva innaffiata con il suo amore assoluto, mi aveva voluta giovane, senza
macchia, e bisognosa delle sue cure.
Fino a quel
gesto improvviso, che nessuna di noi aveva previsto.
Perché io fui
rapita, un giorno. Quell’unico giorno in cui mia madre aveva distolto lo
sguardo. Rapita e trascinata giù, nell’abisso degli abissi.
Nel buio degli
Inferi.
Fu lui in
persona a prendermi, Ade, signore dei morti.
Mi portò giù, coi
suoi cavalli neri, e fui inghiottita dalla terra come un seme.
Fece in fretta
a sposarmi. Perché il suo non era soltanto un desiderio carnale, niente
affatto! Era amore. Amore per quell’innocenza che il suo ruolo gli
proibiva.
Subito mi fece
sedere sul suo trono prezioso e il mio nome da allora è Persefone.
Da fanciulla a
donna, da sposa a regina.
Il dono di
nozze del mio rapitore fu la maturazione che prima mi era stata impossibile.
Mia madre
tentò ogni mossa, pur di rivedermi. Io ero la sua vita, e lei (pensavo allora) era
la mia. La sua fermezza fu tale che mi fu concesso di tornare in superficie.
Tornare forse
ad essere la figlia che ero. Sarebbe mai stato possibile?
Sarei riemersa,
sì, ma per tornare indietro. Mi sarei fermata nella luce, e con me
sarebbe giunta la primavera, e poi l’estate. Sarei rimasta finché
le foglie fossero
divenute gialle, e avrei salutato l’autunno, mentre tornavo a casa.
Casa mia era
là, nel buio, in un mondo nascosto di spiriti dimenticati. Dove potevo crescere, come in un ventre caldo.
E mia madre finalmente
imparò a fermarsi, a dosare il suo amore, ad entrare in letargo, come un
animale.
Lei mitigava
il suo potere, mentre io lo acquisivo. Raccontavamo insieme l’equilibrio
necessario alla vita.
Con il mio
muovermi tra ombra e luce, fui proprio io a scandire il tempo del mondo. Che è
esplosione e silenzio, veglia e sonno, riposo e raccolto.
E oggi dico
grazie a quel goffo gesto, violento e analfabeta, a quello strappo che mi
spinse in fondo. Che mi costrinse a vedere che l’innocenza non è ignorare il
buio, né camminare su una terra sempre verde, ma saper indovinare il momento
del congedo ed inchinarsi alla natura viva, che come una dama si ritira e sa
farsi aspettare, prima di ritornare in tutto il suo splendore.

